Quello scivoloso “ecologismo di governo” della destra populista in Europa.

*Riportiamo un interessante articolo pubblicato nella rivista Altreconomia del mese di aprile 2020, a firma di Manuela Caiani e Balsa Lubarda
La protezione dell’ambiente è strumentalizzata per rievocare “sangue e terra”. Non solo in Ungheria.

Molti commentatori e analisti politici ritengono la protezione ambientale e la lotta al cambiamento climatico incompatibile con i  populisti di destra; tuttavia, va ricordato come l’inizio del “movimento conservazionista” (un gruppo eclettico composto da diversi gruppi) del diciannovesimo secolo, sia considerato alle radici del “pensiero politico verde”. Durante la conferenza internazionale per il nuovo anno (11 gennaio 2020), il primo ministro ungherese Viktor Orbán, considerato “modello” del populismo di destra radicale nell’Est Europa, ha dedicato un tempo considerevole ai cambiamenti climatici e al possibile ruolo del governo nel contrastarli.
Jair Bolsonaro, Donald Trump, il partito della Libertà austriaco e i Democratici svedesi hanno iniziato a interessarsi a questi temi e a prenderne posizione: tutti, con varia intensità, mettendo in discussione le evidenze scientifiche riguardo il cambiamento climatico terrestre causato dall’uomo. In particolare, Bolsonaro ha accusato gli attivisti ambientalisti di appiccare fuochi nella foresta amazzonica e sottolineato più volte che l’interferenza internazionale su queste questioni è una limitazione della sovranità brasiliana. Trump ha additato coloro che chiedevano misure più stringenti sul clima come “profeti della condanna, del  malaugurio”; ha tagliato i fondi per l’Environmental protection agency; lasciato gli accordi di Parigi; indebolito il piano Obama per la limitazione delle emissioni di anidride carbonica (Clean Power Plan); tentato di limitare gli standard di efficienza riguardo al carburante dei nuovi veicoli e tolto la protezione sul legname in aree vitali degli Stati Uniti.
Tuttavia non tutti i populisti negano il cambiamento climatico. Ad esempio, alcuni partiti al potere come Fidesz in Ungheria, e più recentemente il partito PiS (Diritto e Giustizia) in Polonia, hanno sostenuto la necessità di politiche pubbliche basate sulla “responsabilità verso le generazioni future”. Un altro esempio di rilievo è il partito lettone Alleanza Nazionale che ha preso una forte posizione nel suo ultimo programma elettorale in favore di “Lettoniaemissioni zero” da raggiungersi entro il 2050. Sempre in Ungheria, il partito di estrema destra neofascista Jobbik (legato al governo), ha posto fin dall’inizio attenzione alle tematiche ambientali nei programmi elettorali e nella propaganda politica, soprattutto basata sul localismo e la protezione dell’agricoltura biologica. L’FPO austriaco sostiene (contro la politica agricola Europea) il “patriottismo dei consumatori” e “il naturale equilibrio fra cultura e nazione”, introducendo nel proprio programma elettorale proposte come la costruzione di “ponti verdi” e ri-forestazione.
L’ala più estrema della destra radicale ha quindi una sua posizione specifica riguardo all’ambiente, che torna come rivitalizzazione dei vecchi e passati temi della connessione fra “sangue e terra”. Allo stesso tempo, per (i più influenti) populisti di destra al potere, l’ambiente è visto come tema elettoralmente vantaggioso. Se è probabile che si vedranno sempre più populisti di destra “verdi”, che usano la “crisi ambientalista”, ancora una volta, con proposte di soluzioni fast food binarie (bianco-nero) facili da sposare per i votanti rimane da vedere se questi progetti sapranno incontrare la domanda di protezione globale dell’ambiente.

Manuela Caiani insegna Scienza politica presso la Scuola Normale Superiore. Si occupa di movimenti sociali e populismo.
Balsa Lubarda è dottoranda al dipartimento di Scienze ambientali e politiche pubbliche della Central European University.

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