La politica in quarantena

*Riportiamo un interessante articolo pubblicato su Jacobin Italia, a firma di Lorenzo Zamponi.

La pandemia porta a compimento la crisi della rappresentanza politica e l’erosione dello spazio pubblico. Ma per uscirne bisogna inventare strumenti nuovi per rompere atomizzazione e solitudine.

Le grandi crisi sono momenti di accelerazione temporale, in cui tendenze in atto da tempo vengono improvvisamente squadernate e rese impossibili da non vedere. Nella grande crisi che stiamo vivendo, quella dell’epidemia del Covid-19, sembra essere arrivato al massimo livello un processo che mai avevamo visto in questa evidenza: la scomparsa della politica. In un paese che consuma voracemente politica, almeno nella sua versione di teatrino quotidiano tra i partiti, come quasi nessun altro, dedicandovi ogni giorno le prime pagine di tutti i giornali e diversi talk show televisivi, da un paio di settimane la politica non si vede più. Non è finita in quarantena, non è stata proibita, messa fuori legge dallo stato d’eccezione: tutt’altro, sembra essersi spontaneamente dissolta. Poco male, penseranno alcuni. Eppure, senza strumenti per costruire visioni e risposte collettive ai drammi di questi giorni, le loro conseguenze saranno scaricate sempre più sui singoli. Con risultati tutt’altro che liberatori.

La scomparsa dei partiti

I primi a essere scomparsi sono i partiti, con i loro leader. Matteo Salvini e Giorgia Meloni, dopo aver notato che lo sciacallaggio dei primi giorni non stava portando loro consenso bensì impopolarità, si sono eclissati. Ogni tanto fanno dei generici post sui social sventolando con una mano il rosario e con l’altra il tricolore, ma di iniziativa politica neanche l’ombra. Il terzo leader dell’opposizione, Silvio Berlusconi, se n’è addirittura andato all’estero, alla faccia dell’unità nazionale contro l’emergenza. Nella maggioranza, al di là della reclusione forzata di Nicola Zingaretti, a cui ovviamente auguriamo di guarire al più presto, non si leva una voce se non per anticipare, confermare o sostenere le scelte del governo.
E in fondo sembra quasi che sia meglio così, se l’alternativa è la canea imbarazzante di due settimane fa, con Salvini che ogni 24 ore cambiava linea tra «aprire tutto» e «chiudere tutto» pur di farsi notare, e Matteo Renzi che voleva approfittare dell’epidemia per ingegnare un cambio di maggioranza che gli desse più peso. Una situazione grave come quella in cui ci troviamo, con oltre 3.000 morti in poche settimane, un servizio sanitario allo stremo e necessarie misure di distanziamento sociale che mettono a dura prova l’economia e la vita delle persone, richiede di esserne all’altezza. Se l’unico linguaggio che la politica italiana conosce è lo starnazzamento tra galli, nessuno ne sentirà la mancanza.
In effetti non sembra che ne senta la mancanza nessuno. Siamo talmente disabituati a vivere la politica come qualcosa di diverso dal botta e risposta televisivo tra i leader, che quando si parla di cose serie preferiamo farne a meno. Non immaginiamo neanche che i partiti possano avere un ruolo positivo, nella società, in una situazione difficile: che possano essere in grado di tenere unite le persone, di metterne in relazione bisogni e disponibilità, di mobilitare idee e intelligenze per contribuire in modo utile e costruttivo all’uscita dalla crisi. Non ci passa neanche per la testa. Venticinque anni di Seconda Repubblica hanno talmente cancellato dallo spettro del plausibile il fatto che i partiti possano essere forze radicate nella società, movimenti di persone, fucine di idee, che l’opzione non è neanche sul tavolo. Ci sono, certo, iniziative utili e interessanti, soprattutto a sinistra. Ma nella società italiana, di fatto, i partiti non ci sono.

Tutto il potere agli esecutivi

E se non sono nella società, non si può neanche dire che si siano rifugiati nelle istituzioni. Per molto tempo si è scritto che la crisi dei partiti di massa rafforzava il peso della rappresentanza istituzionale rispetto a quello dell’organizzazione politica. In queste settimane, per la verità, sembra scomparso anche il parlamento. A rappresentare le istituzioni della Repubblica, oggi, è fondamentalmente una persona, il presidente del consiglio Giuseppe Conte, coadiuvato di volta in volta da alcuni suoi ministri, sotto lo sguardo vigile del Quirinale. L’ironico culto del Conte icona sexy che è proliferato online in questi giorni, come spesso accade, indica un fatto reale: in questa crisi, si è costruito un rapporto diretto tra il presidente del consiglio e gli italiani, senza alcuna mediazione né partitica né parlamentare. Conte parla direttamente alla gente, dalla tv o dalla sua pagina Facebook, e la gente ascolta Conte, facendosi direttamente un’idea sulle sue parole senza alcun orientamento più o meno politicamente mediato. Questa popolarità disintermediata può essere figlia dell’emergenza e spegnersi con essa, per poi trasformarsi in biasimo per i sacrifici imposti in nome dell’emergenza stessa, come capitò a Mario Monti, oppure può diventare qualcosa di duraturo. Nel frattempo, si rafforza un modello in cui non è in campo una pluralità di voci, e quindi di interessi, e l’interesse dominante viene fatto passare per «neutro», come dimostra l’efficacia di Confindustria nel fare lobby a proprio vantaggio.
Ciò che colpisce, in ogni caso, è l’assoluta scomparsa del parlamento. In un momento difficilissimo per la nostra società, in cui alle persone vengono chiesti sacrifici pesantissimi, legati non tanto o non solo all’isolamento sociale, ma anche e soprattutto a perdite economiche considerevoli, la massima espressione della sovranità popolare neanche si riunisce, per paura del contagio. Non si pretendono atti di eroismo, ma l’impressione è che si stia sottovalutando il messaggio devastante che sta passando: quando il gioco si fa duro, il parlamento va in vacanza.
Negli stessi giorni in cui medici e infermieri si ammalano e muoiono sul posto di lavoro, spesso in assenza di protezioni adeguate, per portare soccorso agli infetti, e in cui lo Stato chiede a migliaia di lavoratori e lavoratrici di continuare ad andare al lavoro tutti i giorni per esercitare compiti considerati essenziali, il parlamento non dà segni di vita, considerando se stesso, con ogni evidenza, tutt’altro che essenziale. Le dirette video di deputati e senatori da casa loro, in questi giorni, sono tentativi in buona fede di dare l’esempio e invitare i cittadini a restare in casa, sicuramente. Ma il messaggio che involontariamente lanciano è che, quando il gioco si fa duro, ciò che conta sono le decisioni del presidente del consiglio, e gli altri se ne possono tranquillamente stare a casa, come molti altri lavoratori dell’intrattenimento e dello spettacolo (ma, a differenza loro, continuando a essere regolarmente retribuiti). Il punto non è lanciarsi in battaglie demagogiche contro i privilegi dei politici, bensì segnalare che, in tempi in cui la fiducia nella politica è prossima allo zero, autorottamarsi facendo passare l’idea che, tutto sommato, tra i servizi essenziali non ci sia la rappresentanza democratica dei cittadini, non sembra prudente.
Lo stesso meccanismo si ripropone in maniera identica se non più forte a tutti i livelli della governance: i consigli regionali non si riuniscono, con i presidenti di Regione trasformati di fatto, oltre che di nome, in «governatori» all’americana che, oltre a rendersi ridicoli di fronte alle telecamere per incapacità di gestire la sovraesposizione di queste settimane, com’è avvenuto ad Attilio Fontana e Luca Zaia, legiferano per editti, contraddicendo spesso le stesse norme nazionali, oltre che il buon senso. In quanto alle amministrazioni locali, si tratta di enti in cui la verticalizzazione sull’esecutivo, nella persona del sindaco, era già a un livello avanzatissimo. Ma il vero e proprio genere letterario dell’ordinanza del sindaco, corredata spesso da esilaranti video su Facebook, ha raggiunto una proliferazione senza precedenti.
Come nel caso del governo nazionale, il punto non è negare la necessità dell’azione esecutiva su questioni gravi e urgenti come quelle che riguardano un’epidemia: decreti, misure d’urgenza e ordinanze, spesso abusati, esistono esattamente per occasioni come questa, ed è non solo normale ma anche giusto che chi governa si faccia carico di prendere le misure necessarie. Il punto è che ciò sta avvenendo nel vuoto assoluto di discussione politica. Anche qui, è evidente che nessuno sente il bisogno che, in tempi come questi, torni il chiacchiericcio dei politicanti locali in cerca di visibilità: ma davvero non è possibile immaginare un ruolo positivo e costruttivo della partecipazione democratica in tempi di crisi? Davvero l’alternativa è tra la discussione sul sesso degli angeli con il nemico alle porte e la riduzione delle istituzioni statali a mera catena di comando esecutivo-amministrativa?
Per i partiti come per le istituzioni, del resto, si tratta, come si diceva all’inizio, dell’accelerazione di un processo in atto da lungo tempo: l’erosione dello spazio della politica, come dello spazio pubblico in generale, l’ha fatto notare in maniera molto efficace nei giorni scorsi Carlotta Caciagli su queste pagine, è iniziata da parecchio. Ma mai in queste settimane era stata evidente. Anche perché le misure di distanziamento sociale richieste dall’epidemia rendono impraticabili le forme alternative di partecipazione dal basso: cortei, assemblee e spazi solidali, senza uscire di casa, sono ben difficili da popolare.

Sortirne tutti insieme

Nel vuoto della politica, e con il distanziamento sociale a rendere meno efficace di quanto non avvenga normalmente il ruolo di supplenza nei suoi confronti dei corpi intermedi della cittadinanza attiva (sindacati, associazioni, circoli, movimenti…), le persone sono, fondamentalmente, sole di fronte al pericolo. Devi andare al lavoro e hai paura? Fatti tuoi. Un genitore anziano ha bisogno di assistenza e non sai come fare? Fatti tuoi. Non hai potuto lavorare per la quarantena e si avvicina la data in cui dovrai pagare l’affitto? Fatti tuoi.
Il bisogno di protezione che questa solitudine nell’esposizione al pericolo inevitabilmente crea, può essere interpretato fondamentalmente in due modi: verso l’alto o verso il basso. Il primo caso l’abbiamo visto all’opera nelle tante manifestazioni di patriottismo più o meno ingenuo di questi giorni: nel vuoto della partecipazione collettiva, si verticalizza il proprio bisogno di non sentirsi soli cercando l’adesione alla comunità più profondamente radicata nella nostra cultura, quella nazionale. Ed ecco quindi fioccare gli inni nazionali dal balcone e i tricolori dalle finestre. Manifestazioni da guardare laicamente e senza spocchia, perché nascono appunto da un bisogno vero, quello di non sentirsi soli ed esposti di fronte al pericolo. Ma è evidente il rischio che questi sentimenti vengano catalizzati nell’ennesimo tentativo di ricompattare contro il nemico esterno, salvando ancora una volta l’élite italiana, responsabile di 25 anni di tagli alla sanità pubblica, da ogni responsabilità.

Il secondo caso, quello che verticalizza solitudine e paura verso il basso, l’abbiamo visto manifestarsi nella caccia all’untore, nell’odio scaricato contro i poveri cristi che dalle città del nord sono tornati a fare la quarantena a casa propria, nelle campagne di delazione contro il vicino reo di aver fatto una passeggiata più lunga del dovuto. Ancora una volta: manifestazioni che nascono da sentimenti reali e fondati, primo fra tutti quello di voler proteggere la comunità, e in particolare le sue componenti più deboli, dall’egoismo del singolo. Ma, come nel caso della battaglia per il clima, scaricare tutto sulle scelte individuali delle persone serve solo a creare capri espiatori e a non prendere di mira chi realmente mette a rischio la salute della comunità, come, nel nostro caso, le lobby economiche che spingono perché si continui ad andare al lavoro, infischiandosene della sicurezza.

Nella solitudine, è difficile uscire da questo schema. Senza uno spazio pubblico in cui le persone possano riconoscere reciprocamente bisogni e soluzioni, la paura di ognuno di noi resterà la sovrana indiscutibile di ogni scelta, e non rimarrà che scegliere tra sventolare il tricolore tatuandosi il faccino di «Giuseppi» Conte sul cuore, o mirare con la fionda al vicino che porta fuori il cane. A meno che, chiaramente, non si provi a rompere questa solitudine, e a costruire politica. A mettere in campo strumenti concreti che denuncino l’origine del Covid-19 nell’agrobusiness capitalista, che rivendichino l’inversione di 25 anni di tagli alla sanità pubblica e allo stato sociale in generale, che contendano all’avversario il terreno della ricostruzione.

È tra le citazioni più abusate del lessico politico sinistrorso, quella dei ragazzi della scuola di Barbiana in Lettera a una professoressa, ma è difficile non pensarci in queste ore: «Ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia».

Come lo costruiamo, questo «sortirne tutti insieme», senza uscire di casa? Dove lo imparo «che il problema degli altri è eguale al mio», senza uno spazio pubblico? Fare politica nel distanziamento sociale non è facile. Però è necessario: se non manteniamo una capacità di lettura, analisi e azione collettiva in questa fase, sarà veramente difficile non essere risucchiati dal vortice dell’avarizia, e soprattutto sarà difficilissimo ricostruire poi, a emergenza finita.

In molti ci stanno provando: ci si organizza con assemblee online, partono campagne sociali e fotopetizioni, si mettono in campo iniziative solidali per non lasciare sole le persone nei quartieri, si scrivono articoli in riviste come la nostra, si fa il possibile per mantenere popolato, almeno in forma verbale, uno spazio pubblico. Ma serve uno sforzo ulteriore. Se i tempi di crisi sono tempi di accelerazione, se la scomparsa della politica era nell’aria da tempo, non possiamo permetterci che questo vuoto duri troppo a lungo. Il rischio è che il presente si cristallizzi e sia sempre più difficile, in futuro, tornare a coinvolgere e mobilitare le persone. Non basta, stavolta, parlare ai «nostri»: non possiamo lasciare la grande maggioranza delle persone in preda alle proprie psicosi, ad angosciarsi guardando la fila di mezzi militari che porta via i morti, com’è successo a Bergamo.

Serve uno sforzo di creatività, per inventare forme di partecipazione che passino dalle finestre delle case o dallo spazio online. Serve uno sforzo di generosità, per mettere da parte le gelosie di organizzazione e sperimentare percorsi unitari e trasversali su obiettivi condivisi. Serve uno sforzo di umiltà, per mettere in relazione visione di lungo periodo e bisogni materiali delle persone nel modo più concreto e comprensibile possibile. Serve provare, già in queste settimane, a ricostruire una politica.

 

Lorenzo Zamponi, ricercatore in sociologia, si occupa di movimenti sociali e partecipazione politica. È coautore di Resistere alla crisi (Il Mulino).

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